Se la storia del mondo fosse uno spettacolo, per esempio un film, negli ultimi ottanta anni avremmo visto proiettare al cinema pellicole con trame molto simili.
I soggetti di quelle storie sono stati scritti alla fine della Seconda Guerra Mondiale dai governanti dei due Paesi che erano stati i principali artefici della sconfitta del Nazismo e del Fascismo. I racconti erano tutti molto semplici e per questo in grado di essere compresi, nelle loro linee essenziali, da chiunque: le potenze che dominavano il Mondo erano due, da una parte gli Stati Uniti d’America e dall’altra l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Accanto a queste erano schierati (quasi) tutti gli altri Stati in qualità di alleati in quella che veniva presentata come una lotta ideologica permanente tra il sistema capitalista e quello socialista. Uno scontro che, nel corso degli anni, era spesso sfociato in guerre guerreggiate nelle quali si erano confrontati, principalmente in modo indiretto, russi e americani ma che aveva mantenuto il Pianeta in quello che spesso veniva definito “equilibrio del terrore” in quanto era basato sulla minaccia rappresentata dall’arsenale nucleare in possesso delle due Superpotenze. I più ipocriti chiamavano questa situazione anche in un altro modo: “Ordine Mondiale”. Un sistema in equilibrio che però riguardava quasi esclusivamente i paesi più ricchi che, a volte, si coalizzavano insieme sotto varie bandiere (ONU, NATO) portando la guerra nei paesi che non facevano parte delle loro alleanze.
La monotonia dello stesso copione, ripetuto con piccole varianti per decenni e in tutte le sale, sarebbe cambiato solo in seguito al collasso dell’URSS (1989-1991) e dei suoi alleati quando quell’Ordine, durato per quasi cinquanta anni, si era dissolto ed era di conseguenza sparito l’equilibrio ad esso associato. Lo spettacolo aveva iniziato a essere meno comprensibile, in alcuni casi i “vecchi” nemici erano diventati (quasi) amici e la trama si era fatta più ingarbugliata e non solo per le semplici spettatrici e i semplici spettatori. I “nuovi” nemici erano diventati altri.
In questo contesto alquanto incerto il Presidente degli USA George H.W. Bush, nel corso di un discorso tenuto al Congresso riunito in una sessione congiunta l’11 settembre 1990, aveva affermato che: “È iniziata una nuova partnership tra nazioni, e oggi ci troviamo in un momento unico e straordinario. La crisi nel Golfo Persico, per quanto grave, offre anche una rara opportunità per avvicinarsi a un periodo storico di cooperazione. Da questi tempi difficili può emergere il nostro quinto obiettivo – un nuovo ordine mondiale – una nuova era – più libera dalla minaccia del terrore, più forte nella ricerca della giustizia e più sicura nella ricerca della pace. Un’epoca in cui le nazioni del mondo, orientale e occidentale, nord e sud, possono prosperare e vivere in armonia.” [tradotta da https://en.wikisource.org/wiki/Address_Before_a_Joint_Session_of_the_Congress_on_the_Persian_Gulf_Crisis_and_the_Federal_Budget_Deficit].
Inutile notare che, visto quanto sarebbe accaduto negli anni successivi, mai previsione fu più sbagliata. Molti sostennero che le vecchie trame sarebbero state sostituite da quelle nuove e che l’equilibrio internazionale perduto sarebbe stato in qualche modo ripristinato. Alcuni ritennero che questo spettacolo avrebbe potuto chiamarsi “Nuovo Ordine Mondiale”, ma questa etichetta ebbe una scarsa fortuna e se ne sarebbero subito appropriati i sostenitori delle “Teorie del Complotto” e non solo per una questione di date.
A questo punto nelle sale e nel mondo reale si iniziò a vedere di tutto, l’emergere di nuove potenze militari ed economiche e la trasformazione dell’ex URSS in uno Stato nel quale convivevano tracce della vecchia Repubblica dei Soviet, un diffuso nazionalismo e un capitalismo aggressivo. Continuavano a scoppiare guerre in varie parti del mondo, la religione (non solo quella islamica) aveva ripreso un posto importante e molto pericoloso nella società. In molti paesi l’Età dell’Acquario era morta in culla.
Oggi gli onnipresenti specialisti in analisi globali raccontano che sta emergendo un nuovo equilibrio, tra gli Stati e le economie, di tipo “multipolare”, chiamato in questo modo anche per evidenziare la differenza con quello “bipolare” che lo aveva preceduto. Non tutti però sono convinti che questa sia una buona cosa e c’è anche chi ritiene che questo processo non sia terminato ma sia invece ancora in corso e che l’instabilità internazionale che abbiamo davanti agli occhi ne è una concreta dimostrazione. I giudizi a proposito della bontà dei cambiamenti e della loro stabilità apportati alla trama dello spettacolo sono discordi e variano anche in modo significativo. Resistono ancora, incuranti del ridicolo, le persone convinte che “il nemico del mio nemico è mio amico”.
Uno degli effetti collaterali della situazione a livello globale è che lo spazio dedicato dal sistema mediatico alle notizie internazionali è spesso superiore a quello riservato agli altri avvenimenti. Gli esperti hanno stimato che “nel 2024 e nei primi quattro mesi del 2025, l’informazione estera nei telegiornali serali […] ha raggiunto uno dei livelli più alti dal 2012” le notizie internazionali sono arrivate a costituire il 38% del totale, confermando un trend di crescita iniziato nel 2012. In particolare “la copertura delle notizie estere nei principali network televisivi varia dal 34% al 49%” e la copertura più bassa è al 29%” [si veda COSPE, Osservatorio di Pavia, FNSI, USIGRAI, “Illuminare le periferie. L’informazione sugli Esteri. Rapporto 2025. 7A Edizione”].
Oggi il panorama internazionale, sia a livello politico che economico, appare molto più instabile di quanto era in precedenza e molti dei politici ai vertici sembra quasi che facciano del loro meglio per alimentare questo stato di cose. Per continuare sulla falsariga dei precedenti lo spettacolo che sta andando in scena potrebbe avere come titolo “Nuovo Disordine Mondiale”. E un nuovo equilibrio potrebbe basarsi proprio sullo stabilizzarsi di un continuo “disordine” che avrebbe l’indubbio vantaggio di sfuggire maggiormente alla comprensione oltre che alle regole.
Viviamo in un mondo dove quello che avviene anche a migliaia di chilometri può impattare sulla nostra vita, anche in modo pesantemente positivo o negativo. Si tratta però, nella maggior parte dei casi, di avvenimenti sui quali non abbiamo alcun potere diretto, cosa che a volte vale anche per i Governi di alcuni Stati.
Il nostro ambiente informativo si è riempito di notizie, di analisi, di commenti, di dibattiti che hanno finito per nascondere completamente quanto avviene riguardo a cose che sono molto più vicine alla nostra vita quotidiana. Per fare un esempio, se da una parte c’è il predominio delle tematiche internazionali all’interno del sistema mediatico (vedi sopra) dall’altra diventa praticamente inesistente lo spazio dedicato ad altri problemi, non solo a livello internazionale ma anche locale: in Italia quasi 5,7 milioni di persone si trovano in condizioni di povertà assoluta ma questo stato di cose è praticamente invisibile a livello mediatico. Tra il 2024 e il 2025 una ricerca ha rilevato che “su 33.217 notizie indicizzate” solo 708 erano pertinenti “pari al 2% dell’intera agenda dei notiziari” [si veda “La povertà dei media. Il racconto delle povertà nei telegiornali, nei talk show e nei social” di Monia Azzalini e Giuseppe Milazzo. Sta in Caritas Italiana, “Taglio basso. Come la povertà fa notizia” 2025].
Se è vero che oggi nel racconto pubblico dominano le notizie internazionali questo vuol dire, tra le altre cose, che diventano sempre meno visibili tutti gli altri temi. Per cui da una parte abbiamo assistito all’enorme mobilitazione dello scorso anno che ha riempito le strade e le piazze italiane per protestare contro il massacro degli abitanti nella striscia di Gaza. E, dall’altra, alla constatazione che una forza del genere non è ancora scesa in campo per uno dei tanti problemi che riguardano questioni meno lontane. Sanità, Scuola, aumento delle tariffe e dei prezzi al consumo, stipendi e pensioni da fame e via elencando.
Non si tratta ovviamente di sostenere che andrebbe data la priorità esclusivamente alle lotte che riguardano problemi locali e nemmeno l’inutilità delle lotte internazionaliste ma richiamare l’attenzione sul fatto che il racconto del presente, così come viene gestito dalla politica e diffuso dal sistema mediatico rischia di far passare stabilmente in secondo piano quello che accade sotto casa.
In altre parole dobbiamo ricordarci, anche se l’attuale”disordine” mondiale rischia continuamente di distrarci che, da sempre, il primo nemico che dobbiamo combattere è quello che abbiamo in casa.
Pepsy
