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Un governo vecchio

Internet vive di immagini, per cui alle principali notizie viene sempre collegata una foto o un piccolo clip video, anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Così, contestualmente all’elezione del Presidente del Senato è rimbalzata su tutto il web la sequenza iniziale del film “Sbatti il mostro in prima pagina” (regia di Marco Bellocchio, 1972). La pellicola si apre con delle immagini di repertorio dove si vede l’attuale seconda carica della Repubblica che arringa dal palco una piccola folla durante un comizio. È interessante, oltre alle immagini, ascoltare l’audio che ha registrato un piccolo brano del discorso, probabilmente quello finale:

“… italiani che non hanno rinunciato all’appellativo di uomini che si uniscano al di sopra delle fazioni, al di sopra dei partiti, al di sopra delle divisioni interessate e volute, al di sopra dell’ormai superato, in disuso e troppo a lungo sfruttato fascismo e antifascismo. Si uniscano per dire sì alla libertà nell’ordine… questa dimostrazione, questa manifestazione vuole dimostrare che è possibile battere il comunismo, che è possibile battere i nemici dell’Italia e insieme lo faremo. Viva l’Italia.”

Il filmato è stato girato a Milano, probabilmente nel 1972, nel corso di una manifestazione indetta da quella che allora si autodefiniva “maggioranza silenziosa”, un estemporaneo raggruppamento che metteva insieme forze provenienti da aree politiche diverse che coprivano uno spettro molto ampio: dagli iscritti al “Movimento Sociale Italiano” (MSI) a quelli del “Partito Socialista” (PSI), incluso ovviamente l’area della “Democrazia Cristiana” (DC) e degli altri partiti più piccoli. Un agglomerato del genere, che oggi verrebbe definito un movimento trasversale, aveva come suo principale collante un comune nemico il “comunismo” che in quegli anni era identificato nel “Partito Comunista Italiano” (PCI) ma anche nei tanti gruppi della cosiddetta “sinistra extraparlamentare”. L’anticomunismo rappresentava la paura degli strati privilegiati della società riguardo alla possibilità che in Italia ci potesse essere una rivoluzione comunista. Un primo tentativo di organizzare quella paura fu fatto nel 1970 da Edgardo Sogno, partigiano “bianco” e medaglia d’oro per il suo contributo alla resistenza, che aveva provato a fondare un movimento anticomunista, non caratterizzato esplicitamente da una ideologia fascista, che auspicava la trasformazione dell’Italia in una Repubblica presidenziale, ristabilendo i “valori di una democrazia occidentale e nazionale”.

L’anno successivo, il 1 di febbraio, fu invece costituita ufficialmente a Milano una associazione denominata proprio “maggioranza silenziosa”, nel corso di una riunione tenuta nella sede del “Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica” (PDIUM”).

Questa “maggioranza silenziosa” fece parlare di sé per poco meno di un paio di anni, soprattutto perché le sue iniziative pubbliche, che si tennero principalmente in alcune città del nord Italia, vennero quasi sempre contestate da gruppi della sinistra extraparlamentare.

Intanto l’espressione “maggioranza silenziosa” era entrata nel gergo giornalistico e fu usata molto frequentemente negli anni ’70 e solo sporadicamente in quelli successivi. Un fugace ritorno alla ribalta dei mezzi di comunicazione di massa di quella espressione avvenne in occasione della cosiddetta “marcia dei 40000”, la manifestazione tenuta a Torino il 14 ottobre del 1980 dai quadri della FIAT.

Tornando al giorno d’oggi e leggendo anche il discorso di insediamento fatto dal Presidente del Senato potrebbe sembrare che le elezioni del 25 settembre 2022 abbiano portato al governo una versione moderna di quella “maggioranza silenziosa” che scendeva in piazza 50 anni fa. Ma non è proprio così.

La Storia non si ripete esattamente allo stesso modo ma ci sono comunque molte somiglianze tra l’area sociale alla quale si rivolgeva il giovane capellone e barbuto del film di Marco Bellocchio e quella rappresentata oggi dai partiti al governo. Non c’è bisogno di dimostrare che “FdI” è un partito che ha raccolto l’eredità del “MSI” e che sia “FI” che “Lega” sono l’attuale incarnazione dei vecchi partiti di centro e di sinistra che hanno governato l’Italia per tutta la cosiddetta “prima repubblica”. Il superamento della discriminante antifascista, auspicata nel comizio del 1972, è ormai avvenuto da tempo e le componenti politiche di una sorta di “maggioranza silenziosa” sono nuovamente insieme al governo. Di nuovo perché l’attuale non è certo il primo governo formato da quel tipo di maggioranza. Dal 1994 al 2011 si sono succeduti in continuità, salvo un breve intervallo i governi: Berlusconi I (1994), Berlusconi II (2001-2005), Berlusconi III (2005-2006) e Berlusconi IV (2008-2011) che hanno visto riuniti insieme sempre gli stessi partiti. Volendo trovare una differenza quelli precedenti si potrebbero definire governi di “centro-destra” e l’attuale potrebbe essere definito di “destra-centro”, solo per sottolineare che gli equilibri di quella coalizione si sono spostati a favore di un partito erede del fascismo storico.

Ma nel recente passato molti dei provvedimenti legislativi che hanno peggiorato le condizioni di vita dei più poveri non sono stati sempre adottati da governi di “centro-destra” ma piuttosto da quelli che si definivano di “centro-sinistra”: la deregolamentazione dei contratti di lavoro è iniziata con il cosiddetto “pacchetto Treu” preparato durante il Governo Dini (1995-1996) e portato a compimento dal Governo Prodi I (1996-1998). La riduzione delle tutele dei lavoratori, previste dall’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, è stata ottenuta attraverso il cosiddetto “Jobs Act” approvato durante il Governo Renzi (2014-2016). Solo per citare i due esempi più eclatanti.

Il peggio di sé questo governo non lo potrà dare nella politica estera, visto che si dovrà allineare (volente o nolente) al carro della NATO e nemmeno in quello economico, dove a comandare sono le solite istituzioni sovranazionali alle quali, chiunque sia al governo, deve obbedire. Andrà probabilmente peggio sul campo interno, dove potranno essere prese delle decisioni che hanno globalmente uno scarso impatto economico ma che possono provocare grossi danni sociali.

Il logoro e lugubre terzetto “Dio, Patria e Famiglia” (tutto con la maiuscola) verrà declinato in tutte le sue varianti, e ci sarà sicuramente un aumento della demagogia che fa comunque parte di ogni compagine governativa. Ma anche questo inossidabile terzetto verrà rivisitato in senso moderno e sarà quasi irriconoscibile rispetto a quello tradizionale per cui verrà fatto di tutto per rendere più difficile la scelta di interrompere una gravidanza ma difficilmente verrà abrogata la Legge 194. E probabilmente nemmeno il più accanito nostalgico del fascismo proporrà di eliminare la legge sul Divorzio che, alle origini, era uno dei principali obiettivi della battaglia della destra, in quanto minava la famiglia e andava contro l’indissolubilità del sacramento religioso del matrimonio.

Demagogia che già si è vista in azione a partire dalle nuove denominazioni dei Ministeri, come se bastasse cambiarne il nome per modificare qualcosa. Demagogia nei primi provvedimenti annunciati il cui impatto sarà molto più mediatico che concreto. In alcuni casi le differenze tra l’esecutivo in carica e quelli precedenti non sarà apprezzabile, proprio in questi giorni si legge della decisione di mantenere l’ergastolo “ostativo” (la legge secondo la quale un ergastolano non pentito non può accedere ad alcun beneficio) introdotta dal precedente governo e questo nonostante sia stata già definita la sua incostituzionalità. In altre parole probabilmente verranno confermate e/o peggiorate tutte le scelte già fatte da governi “antifascisti”.

Questo non significa che non ci siano differenze tra avere al Governo degli (ex) fascisti piuttosto che degli (ex) democristiani o degli (ex) comunisti, ma che le differenze tra le politiche portate avanti dagli schieramenti politici in Parlamento sono davvero minime e comunque ci sono sempre più punti in comune che punti divergenti tra “centro, destra e sinistra”.

Nei prossimi mesi il gioco delle parti vedrà la cosiddetta “opposizione” lanciarsi in molto poco credibili campagne per i “diritti sociali”, saranno esattamente gli stessi che quando erano al Governo hanno colpevolmente ignorato per anni, lasciando nel dimenticatoio provvedimenti come lo “ius soli”, il diritto a un degno fine vita e la liberalizzazione del consumo e della coltivazione della cannabis, giusto per citare i primi tre esempi che vengono in mente.

Dalla parte sua l’esecutivo in carica ha oggi, oltre che una maggioranza parlamentare abbastanza solida, anche la fortuna di avere una donna come capo di governo, cosa impensabile nella “maggioranza silenziosa” degli anni ’70, il che ha provocato anche una sorta di piccolo corto circuito culturale. Oltre alla scontata constatazione che, nonostante tutte le belle parole spese negli ultimi 50 anni dai partiti e dai movimenti di sinistra, la prima donna Presidente del Consiglio è cresciuta nell’ambiente delle formazioni studentesche di estrema destra piuttosto che in qualche collettivo femminista.

Il paragone con la vecchia “maggioranza silenziosa” è servito solo per segnalare che l’ideologia che sta dietro al nuovo governo non è poi così nuova come vogliono farci credere, ignorando colpevolmente la storia recente che ha visto i politici di “FdI” al governo in più di una occasione, anche se sotto altro nome. Questo non vuol dire che l’antifascismo debba andare in pensione, in quanto la vittoria elettorale del 2022 sicuramente sarà di stimolo ai più nostalgici del 1922 per provare a sollevare la testa magari sperando in una benevolenza da parte dell’autorità costituita, benevolenza che non è certo mancata fino a ieri, visto che a Predappio manifestano da anni.

Una delle differenze più evidenti tra il 1972 e oggi è che allora era molto diffuso, in campo lavorativo, politico e sociale, un movimento di ribellione con il quale dovevano fare i conti tutti i partiti e i governi, che reclamava – con tutte le sue contraddizioni e i suoi limiti – più diritti per tutti e un radicale cambiamento sociale. Un movimento che oggi non c’è, nemmeno mettendo insieme tutte le varie e diverse esperienze di lotta che esistono. Un movimento che non può essere fatto rinascere basandosi esclusivamente sulla risposta emozionale agli allarmi antifascisti.

Maledetta memoria

Ho incontrato Valerio Evangelisti solo una volta, molto tempo fa, probabilmente 15 anni o più, non ricordo la data, maledetta memoria.
Ricordo invece altre cose, che eravamo al Next Emerson di Firenze e che veniva presentato il sito Carmilla (o era la rivista di carta?), maledetta memoria.
Mentre si mangiava qualcosa in attesa che iniziasse la presentazione ci siamo messi a parlare, non ricordo chi di noi due avesse attaccato bottone, ma ricordo che chiacchierammo di Bologna, di movimenti sociali, di Internet e di Indymedia… era la prima volta che mi trovavo a parlare con uno scrittore del quale avevo letto (quasi) tutto e che avrei continuato a leggere anche dopo.
Sapevo con chi stavo parlando ma quei 10-15 minuti me lo fecero apprezzare anche come persona e come compagno oltre che come scrittore.
Non ricordo altro, maledetta memoria, ma  so che non potrò più avere la possibilità di ringraziarlo per le storie che ha raccontato.

Genova 20 anni e dopo (4)

Altri quattro articoli tra quelli pubblicati sul settimanale anarchico “Umanità Nova” a proposito di quello che è successo dopo le tre giornate di Genova del luglio del 2001.

Gli articoli precedenti si trovano qui:
Genova 20 anni e dopo (1)
Genova 20 anni e dopo (2)
Genova 20 anni e dopo (3)


Umanità Nova n.35 del 4 novembre 2007

Genova 2001. Vendetta di Stato

“Subii una carica della polizia davanti alla Questura di Genova. Beccai una manganellata da un poliziotto per difendere un mio amico poliomelitico.” (Claudio Scajola)

Alla fine sono arrivate la richieste dei PM al processo in corso a Genova contro 25 persone accusate di “devastazione e saccheggio, più di due secoli di carcere (224 anni e sei mesi), con pene che vanno da 6 a 16 anni. Anche se era facilmente prevedibile la richiesta di condannare quelli che sono diventati, a tutti gli effetti, dei capri espiatori nessuno si aspettava richieste tanto pesanti per quanto avvenuto durante le proteste di piazza del luglio 2001.
A queste si aggiungono quelle dell’Avvocatura dello Stato che ha chiesto 2,5 milioni di danni che sono però principalmente “danni di immagine”. Evidentemente, ma già lo sapevamo, le foto ed i filmati degli agenti che pestano a sangue persone inermi fanno solo del bene all’immagine dello Stato.
Le premesse per questo finale c’erano davvero tutte: il reato contestato,che prevede dagli 8 ai 15 anni di reclusione e che permette un processo collettivo piuttosto che procedimenti separati, l’uso della “compartecipazione psichica” per cui chiunque si trova nei pressi di uno scontro ne diventa immediatamente corresponsabile, e, non ultimo, il clima attuale che pone al centro del dibattito politico la “tolleranza zero” contro lavavetri e imbrattamuri, figuriamoci contro chi osa lanciare un sanpietrino, rovesciare un cassonetto o rubare un prosciutto in un supermercato.
In un contesto del genere e favorita anche dal quasi completo disinteresse per tutti i processi riguardanti i fatti di Genova, nelle ottanta e passa udienze è stata fatta una ricostruzione di quanto avvenuto in quei giorni mirata esclusivamente ad incastrare i malcapitati in un teorema che li vede, insieme alle centinaia di migliaia di persone che arrivarono a Genova, come gli unici responsabili delle violenze. Una ben strana giustizia quella che chiede “pene severe ma non esemplari”, ma che vorrebbe punire chi ha rotto una vetrina con la stessa pena di chi ha ammazzato una persona.
Ma è la stessa giustizia che ha già, ripetutamente, condannato il Ministero degli Interni a risarcire le ferite che gli agenti hanno causato ad alcuni manifestanti. La stessa che sta processando decine di agenti e di funzionari per le violenze perpetrate alla Scuola Diaz ed a Bolzaneto contro persone inermi, ben sapendo che questi processi si risolveranno in un nulla di fatto. La stessa che ha mandato assolto l’assassino di Carlo Giuliani. La stessa che ha arrestato la settimana scorsa cinque persone a Spoleto, per “terrorismo”, senza trovargli in casa neppure una fionda.
Intanto, proprio negli stessi giorni, il Parlamento ha discusso le nuove misure repressive (il “pacchetto sicurezza”) contro chiunque osi disturbare il meraviglioso mondo che ci circonda, e la Commissione Giustizia ha dato parere favorevole alla costituzione di una inutile commissione di inchiesta sui fatti del luglio 2001.
Genova pesa ancora sulla coscienza di tutti quelli che, in quei giorni, pensavano fosse giusto far sentire la propria voce ai potenti della Terra, pesa ancora di più su quelli che hanno costruito su quel movimento le loro fortune politiche. Il processo non è ancora finito, le condanne proposte non sono ancora state eseguite, ma il segnale è arrivato chiaro e forte.
Si tratta di vedere adesso se esiste ancora la forza e la voglia di ritornare nelle strade.

Pepsy


Umanità Nova n.36 dell’11 novembre 2007

A Genova. Non solo per ricordare

Nei giorni immediatamente seguenti ai fatti del luglio 2001 le città, italiane ma non solo, vennero attraversate da manifestazioni nel nome di Carlo Giuliani. Centinaia di migliaia di persone che avevano partecipato alle proteste contro il G8, una volta tornate a casa raccontarono a tutti quello che era successo a Genova. Molti descrissero gli inseguimenti ed i gas dei lacrimogeni, tanti mostrarono i segni che i manganelli avevano lasciato sulla loro pelle e tutti avevano ben impresso nella memoria il significato del termine “violenza di stato”.

Il 17 novembre prossimo è stata indetta una manifestazione a Genova per protestare contro le richieste di condanna formulate nel processo a 25 tra le centinaia di persone che furono arrestate in quei giorni di luglio. La pesantezza delle accuse e delle pene chieste (225 anni di carcere e milioni di euro di risarcimento) non riguardano solo un gruppo di violenti, come vorrebbe far credere chi sostiene le tesi colpevoliste. Ad essere processato è tutto un movimento che, a partire da quella esperienza, ha provato a lottare contro il capitalismo globale attraverso l’opposizione alla guerra ed alle politiche di sfruttamento e di oppressione che ne sono un inestricabile corollario.

La spinta iniziale di Genova si è però scontrata contro diversi ostacoli: da una parte, il tentativo di recupero (parzialmente riuscito) di quella forza all’interno del teatrino istituzionale. Dall’altra c’è stato, col passare del tempo, il disimpegno di tanti di quelli che 7 anni fa si erano impegnati in prima persona. A questo va aggiunto lo scarso sostegno dato durante tutti questi anni alla difesa di coloro che sono diventati gli agnelli sacrificali sull’altare dell’attuale politica che sta costruendo, giorno dopo giorno, la società futura a forma di carcere.

È anche per questo che si dovrebbe essere di nuovo in piazza a Genova, per gridare con determinazione la nostra opposizione alla deriva securitaria che in questi giorni sta mostrando tutta la propria barbarie, a forza di rappresaglie in stile nazifascista e di razzismo in doppiopetto. La caccia al diverso, che si svolga con gli strumenti della legge o con quelli delle squadracce, è parte della stessa politica messa in atto nel 2001.

Questa manifestazione rischia però di arrivare forse troppo tardi per dare la necessaria solidarietà e il sostegno dei quali c’era bisogno fin da subito e per riannodare il filo rosso che ha portato a Genova una intera generazione. E sarebbe anche un errore mobilitarsi in sostegno a quelli che si pongono come obiettivo una inutile commissione di inchiesta su Genova, visto che sono gli stessi che hanno fin dall’inizio scaricato la colpa di tutto sul blocco nero falsamente accusato di essere connivente con la polizia, gli stessi che in questi giorni in parlamento stanno sostenendo la caccia allo straniero.
Ma, cosa più importante di tutte, bisognerebbe riprendere ad interrogarsi collettivamente non solo sugli eventi di Genova, ma anche su tutto quanto è avvenuto fino ad oggi ad un movimento che sembrava avesse un futuro davanti a sé e che poi invece non è stato più capace di esprimere pienamente le potenzialità mostrate in quei mesi. Proprio oggi che ce ne sarebbe maggiormente bisogno.

Le diverse lotte in corso, dal “NO-TAV” al “NO Dal Molin” (solo per citare quelle più note), mostrano che non tutto è fermo, che una delle strade percorribili passa in questo momento attraverso il coinvolgimento delle popolazioni su tematiche concrete. Una sfida da raccogliere per tutti coloro che sono ancora convinti che un mondo diverso oltre che possibile e necessario è, visti i tempi che corrono, dannatamente urgente.

Pepsy


Umanità Nova n.38 del 25 novembre 2007

Genova punto a capo

Il corteo a Genova dello scorso 17 novembre è pienamente riuscito. Anche se le premesse per un flop c’erano tutte, a partire dalle polemiche sulla sua indizione, passando per il tentativo della sinistra di governo di farlo passare per un sostegno alla richiesta di una inutile commissione di inchiesta e finendo con le allarmistiche previsioni dei giornali locali che quel giorno strillavano dalle locandine di un aumento della richiesta di vigilantes. A tutto questo si potrebbero aggiungere anche le proteste di alcuni sindacatini di polizia che avevano chiesto tutte le principali piazze della città per un volantinaggio, che poi hanno (forse) fatto molto lontano dal corteo e l’attitudine vergognosa di Trenitalia che ha fatto del suo meglio per ostacolare l’arrivo dei manifestanti.

E invece no. Nonostante i media avessero ripiegato sulla discesa in massa degli ultrà, in mancanza della calata dei “black bloc”, sabato 17 novembre Genova ha visto sfilare circa 50 mila persone che hanno ricordato alla città ed a tutti che quanto accaduto nel 2001 non può essere archiviato con la condanna di 25 persone, che la violenza esercitata in quei tre giorni dalle forze della repressione è ancora ben viva nella memoria di chi c’era e di chi l’ha sentita raccontare.

Il corteo è partito in anticipo sul ritardo che di solito caratterizza le manifestazioni a causa del notevole afflusso di partecipanti e intanto sono iniziate ad arrivare le notizie dai treni. Il convoglio da Milano, per poco tempo, ma anche quello da Napoli hanno subito dei ritardi. Il peggio è toccato ai toscani, che sono stati costretti ad invadere i binari della stazione di Pisa per poter partire e poi, di nuovo, alla stazione di La Spezia, che è stata occupata per quasi due ore a causa dei responsabili delle Ferrovie che hanno preferito causare un danno (il blocco della circolazione ferroviaria) economico e di immagine alla propria azienda solo per incassare qualche centinaio di euri in più.

Aperta dallo striscione “la storia siamo noi”, la manifestazione si è ingrossata durante il tragitto e gli ultimi spezzoni sono arrivati in piazza quando ormai era già buio, a concerto iniziato. C’erano davvero tutti: centri sociali e gruppi, soprattutto dal centro nord, sindacati di base e collettivi, le bandiere dei NO TAV e, in testa, lo striscione che ha ricordato il prossimo appuntamento di Vicenza contro la costruzione dell’aeroporto militare. Buona la partecipazione allo spezzone anarchico con diversi striscioni oltre a quello della Federazione Anarchica Italiana ed a quello (All’arrembaggio del futuro…) usato nel 2001, presente per marcare una continuità di impegno in una lotta che in molti vorrebbero far dimenticare. Ha chiuso la lunga sfilata, il settore dei partiti e dei movimenti della sinistra istituzionale con i loro leader intenti a farsi intervistare da chiunque, purché armato di microfono e telecamera.

Le forze del disordine hanno scelto una tattica di basso profilo, nascondendosi alla vista e lasciando a 700 agenti in borghese, coadiuvati dal servizio d’ordine dei metalmeccanici, la gestione del corteo. Qualche camionetta di poliziotti e gruppi di finanzieri in assetto antisommossa si è vista solo più tardi davanti alle stazioni.

Impossibile, quando si tratta di cortei di tali dimensioni, fare una cronaca puntuale, quello che si può dire è che l’atmosfera è stata sempre serena e rilassata, che hanno partecipato persone di ogni età, che le bandiere anarchiche hanno sventolato non solo nel nostro spezzone ma anche in altri settori del lungo serpentone e che i media hanno dovuto davvero fare i salti mortali per inventarsi (molto spesso con una certa fantasia) qualcosa di “piccante” per eccitare i loro lettori.

Adesso, però, viene la parte più difficile. Il progetto di una commissione di inchiesta, bocciato a livello di movimento, è stata riproposta dal ceto politico presente a Genova e questo non servirà, nè ad impedire una eventuale pesante condanna delle vittime designate nè tanto meno la prescrizione del reato per gli agenti che si sono resi responsabili delle torture di Bolzaneto e del massacro della Diaz. Davanti alla riproposizione di una via parlamentare alla verità, l’unica alternativa resta quella di mantenere alta l’attenzione e la mobilitazione sui processi in corso, a Genova come a Cosenza e, se ci saranno le condizioni, tornare ad invadere le strade.

Pepsy


Umanità Nova n.42 del 23 dicembre 2007

Processo Genova G8. La vendetta a metà

A sei anni dai fatti ed a quasi quattro dall’inizio del processo, è arrivata la sentenza di primo grado contro i 25 compagni accusati di devastazione e saccheggio per aver partecipato alle proteste del luglio 2001 a Genova. Una sentenza annunciata dalle pesanti richieste dei PM, che volevano seppellire con più di due secoli di galera chi aveva osato manifestare contro i padroni della terra. Il giudizio ha solo parzialmente accolto le richieste dell’accusa, comminando comunque più di un secolo di carcere ai 24 (una è stata assolta) imputati.

In particolare, quattordici sono stati condannati per danneggiamento, con pene da 5 mesi a 2 anni e 6 mesi (ma anche con una condanna a 5 anni), per questi il reato di devastazione e saccheggio è stato derubricato e ciò ha comportato pene meno pesanti di quelle richieste. Gli altri dieci invece sono stati condannati per devastazione e saccheggio, con pene che vanno vanno da 6 a 11 anni. Per alcuni di loro sono stati chiesti anche 3 anni di libertà vigilata e per dieci l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. I condannati dovranno pagare migliaia di euro di spese processuali e, dopo un altro processo civile, eventuali risarcimenti di danni milionari.

Senza entrare nello specifico dei singoli casi si può dire che questa è stata una sentenza squisitamente politica, come lo è stato del resto tutto il processo, che ha visto una ricostruzione degli avvenimenti del luglio 2001 finalizzata principalmente alla ricerca delle prove di un reato pesante come quello di “devastazione e saccheggio” a carico dei manifestanti e che ha ricostruito il contesto ed i fatti avvenuti in funzione di tale richiesta. A parziale contentino per i sostenitori della giustizia “giusta”, il tribunale ha disposto anche la trasmissione in Procura degli atti relativi a due dirigenti di polizia e due ufficiali dei carabinieri, ipotizzando per loro il reato di falsa testimonianza.

Non ci si poteva aspettare altro, visto che in questi sei anni, tutti i principali responsabili dell’ordine pubblico di Genova sono stati promossi (l’ultimo da poco più di un mese), sia dai governi di centro-destra che da quelli di centro-sinistra. Una sentenza annunciata che ha fatto la felicità (“Condannati (pochi) no global”, ha titolato un giornale) delle forze più reazionarie e che permette a quelle di “sinistra” di continuare a sventolare l’inutile foglia di fico della “commissione di inchiesta” che dovrebbe scoprire chissà quale verità che non sia già ben chiara. A Genova, in quei tre giorni, furono sospese le cosiddette “garanzie democratiche”, centinaia di persone vennero pestate a sangue senza che avessero fatto qualcosa, centinaia vennero massacrate nel sonno nella Scuola Diaz e centinaia vennero portate a Bolzaneto dove tra un inno fascista ed un ceffone impararono i rudimenti della democrazia e del rispetto per le persone che hanno le bande statali in servizio. Carlo Giuliani fu ucciso da un carabiniere, assolto perché le forze dell’ordine possono sparare anche a persone disarmate.

La sentenza è politica non solo perché è stato riconosciuto un reato come quello di “devastazione e saccheggio” che in passato raramente aveva trovato spazio nelle aule dei tribunali ma soprattutto perché, con la diversificazione delle pene, il tribunale ha sancito, con anni di carcere, la divisione tra manifestanti poco o molto “cattivi”. Da una parte coloro che avrebbero solo reagito alla violenza delle cariche delle forze dell’ordine contro un corteo autorizzato e dall’altra il famigerato “black bloc” che invece avrebbe pianificato la devastazione ed il saccheggio. Una sentenza che sposa, in fin dei conti, la tesi portata avanti da sempre, anche da una parte del ceto politico presente a Genova nelle file di chi manifestava.

Il primo dei processi per i fatti di Genova si è concluso e, per la prossima primavera, è prevista la sentenza dei procedimenti contro gli agenti imputati per il massacro della Scuola Diaz e per le torture di Bolzaneto. Vedremo, in quelle occasioni, se le violenze commesse contro delle persone inermi verranno considerate più o meno gravi dei danneggiamenti di vetrine ed auto.

Pepsy