La Dichiarazione di Indipendenza di Internet

Sono passati trent’anni da quando venne diffusa su Internet la “Declaration of the Independence of Cyberspace” (Davos, 8 febbraio 1996) e rileggendola oggi, soprattutto per chi conosce la storia della Rete, appaiono molto evidenti i pregi e i difetti di un testo che comunque ha avuto giustamente un’enorme importanza nel momento in cui la comunicazione elettronica iniziava a cambiare il mondo.

Un’importanza che, anche quando sono cambiate molte delle cose che caratterizzavano il mondo prima che la Rivoluzione della comunicazione mediata da computer lo stravolgesse, mostra ancora la forza del pensiero di chi aveva individuato, fin da subito, la maggior parte dei punti nodali di problemi che ancora oggi sono oggetto di discussione.

La “Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio” metteva a confronto da una parte il vecchio mondo fatto di “carne e acciaio”, di frontiere e Stati e dall’altra quello nuovo fatto di relazioni e di immaginazione, di soggettività e di libertà. Con un’ingenuità quasi disarmante veniva chiesto ai Poteri politici ed economici di lasciare in pace le persone che avevano iniziato a incontrarsi (anche se solo virtualmente) liberamente in un potenzialmente enorme spazio privo di “governi eletti”, persone che dichiaravano di non aver bisogno delle “tirannie” esistenti. Persone che avevano iniziato a sviluppare una cultura, un’etica e delle norme non scritte nelle leggi ma condivise volontariamente in grado di costruire un ambiente sociale con “più ordine di quello derivante dalle imposizioni”.

Ma già in quei primi anni i padroni del vecchio ordine avevano iniziato a sostenere che era necessario affrontare, tramite gli strumenti legislativi, i problemi sollevati dal cyberspazio; alcuni di essi erano problemi che in realtà non esistevano nemmeno e altri erano problemi che potevano essere risolti direttamente dalle persone che avevano iniziato a popolare Internet e a costruire una sorta di “Contratto Sociale” coerente con la natura delle relazioni che si andavano sviluppando in quel mondo nuovo. Molto diverso da quello reale.

Un mondo nel quale “tutti possono entrare senza i privilegi o i pregiudizi concessi dalla razza, dal potere economico, dalla forza militare o dal luogo di nascita.” Un mondo nel quale “chiunque, ovunque, possa esprimere le proprie convinzioni, non importa quanto singolari, senza paura di essere costretto al silenzio o al conformismo.” Un mondo immateriale nel quale i classici “concetti legali di proprietà, espressione, identità, movimento e contesto” non si applicano allo stesso modo che nel mondo basato sulla materia.

Nella “Dichiarazione” si chiedeva quindi di rispettare il diritto all’indipendenza delle persone richiamandosi ai “padri fondatori” degli USA, visto che nel 1996 la rete era “abitata” in stragrande maggioranza da cittadini statunitensi.

C’è un passaggio nel testo del documento che sembra davvero scritto ieri sera: “Siete terrorizzati dai vostri figli, poiché sono nativi di un mondo nel quale voi sarete sempre immigrati. Poiché li temete, affidate alle vostre burocrazie le responsabilità genitoriali con le quali siete troppo codardi per confrontarvi. Nel nostro mondo, tutti i sentimenti e le espressioni dell’umanità, dalla diabolica all’angelica, fanno parte di un insieme senza soluzione di continuità (…). Non possiamo separare l’aria che soffoca dall’aria nella quale le ali battono.”

Fa una certa impressione leggere queste righe e confrontarle con quelle scritte negli ultimi anni che stanno portando, con la scusa di “difendere i bambini”, all’introduzione di provvedimenti che conducono direttamente alla censura della libertà di espressione e di comunicazione in rete.

L’estensore della “Dichiarazione” aveva ben presente quello che stava accadendo sotto i suoi occhi proprio mentre scriveva che “In Cina, Germania, Francia, Russia, Singapore, Italia e Stati Uniti, state cercando di allontanare il virus della libertà erigendo posti di guardia alle frontiere del cyberspazio. Questi possono tenere fuori il contagio per un breve periodo, ma non funzioneranno in un mondo che presto sarà coperto da media contenenti bit.”

Purtroppo, anche se la sua previsione sull’inevitabile enorme sviluppo di Internet era corretta, non aveva tenuto in debito conto che gli interessi politici ed economici dei nemici del Cyberspazio avrebbero lavorato congiuntamente per evitare proprio l’indipendenza richiesta. Infatti, la forza bruta che si è scatenata contro la visione della rete sostenuta nella “Dichiarazione” ha avuto sempre tra i principali obiettivi quello di distruggere quanto di autogestito e libero era stato alla base della sua creazione e della sua diffusione.

Le parole finali della “Dichiarazione” quasi poetiche ma anche un po’ tristi se rilette oggi: “Ci diffonderemo in tutto il pianeta in modo che nessuno possa arrestare i nostri pensieri. Creeremo una civiltà della mente nel Cyberspazio. Possa essere più umana e giusta del mondo che hanno creato i vostri governi”. La storia, purtroppo, sta andando in una direzione completamente opposta a quella auspicata da chi ha scritto quel testo.

John Perry Barlow (1947-2018), autore della “Dichiarazione”, è stato un saggista e poeta statunitense, autore di molti dei testi delle canzoni dei mitici “Grateful Dead”. È stato anche uno dei primi “cyber attivisti” e tra i fondatori dell’Electronic Frontier Foundation (EFF), la prima e più importante associazione che si batte per la libertà di espressione su Internet.

Il testo è stato scritto in un momento di passaggio, il Web esisteva da pochi anni e stava appena cominciando la diffusione, a partire dagli USA, delle connessioni a Internet in tutto il cosiddetto Occidente. Questo significava, tra le altre cose, un cambiamento nella composizione sociale della “popolazione” del Cyberspazio che all’inizio era un luogo virtuale riservato a un’élite che, con il passare del tempo, si sarebbe ritrovata in minoranza. La visione che la “Dichiarazione” descrive e difende è quella della Rete degli inizi, una sorta di utopia nella quale la condivisione, l’aiuto reciproco, l’autogestione erano predominanti. In quegli anni invece, insieme allo sviluppo di iniziative che intendevano sfruttare economicamente Internet, iniziarono a confrontarsi persone che già da tempo avevano dimestichezza con la comunicazione elettronica e persone che erano completamente a digiuno di questioni tecniche ma soprattutto non abituate agli “usi e costumi” che si erano affermati nel corso dei primi anni dalla creazione di Internet.

A metà degli anni ’90 del secolo scorso l’ideologia che circolava nelle aziende più innovative e che poi sarebbero diventate tra le multinazionali più potenti del mondo era ancora impregnata di quella cultura visionaria che politicamente aveva molti punti in comune con l’ideologia anarco-capitalista. Una ambiguità, tra due termini incompatibili, che si sarebbe (quasi) definitivamente risolta con il passare degli anni a favore del capitalismo.

Oggi nessuno o quasi propone in modo così aperto le idee che stanno alla base della “Dichiarazione” anche se, di molte di esse si possono ancora trovare tracce nell’enorme calderone nel quale è finita una buona parte della popolazione mondiale.

Pepsy